giovedì, 12 giugno 2008
I due post precedenti non si basano esclusivamente su mie teorie personali. Non è totalmente farina del mio sacco. Non sono un genio che c'è arrivato da solo.
Per chi volesse approfondire consiglio:
Piccola nota:
Di libri nella mia vita ne ho letti tanti, da un anno e mezzo sono approdato alla psicologia (prima non ne sapevo nulla) ed ho letto moltissimi libri. Non tutti i libri sono uguali e non c'è bisogno di leggere centinaia di libri, basta beccare quelli giusti.
I tre libri elencati sono giusti.


I primi due servono ad allenare la mente per trovare i perchè. Servono a prendere coscienza, ad essere consapevoli di sé..... ma non ti aiutano nel cambiare/migliorare le cose.
Il terzo serve ad allenare la mente nel riconoscere le gabbie che continuamente ci creiamo, riconoscerle e capire come uscirne.
Questo libro cambia totalmente il modo di vedere le cose..... ti apre gli occhi.


Io credo sia importante prendere coscienza di sé, ma conoscere solo i perché non basta.
Da un punto di vista pratico l'analisi da sola non serve a niente.
Però, l'utilizzo esclusivo dell'approccio cognitivo comportamentale non mi convince. Cambiare in meglio la propria vita sarà utile, ma senza consapevolezza rischia di rimanere limitato all'intervento del terapeuta... col rischio di doverci tornare ogni qualvolta esca un problema nuovo.
Per come l'ho ricostruita serve, sia il perché, sia il come; e servono contemporaneamente.
venerdì, 13 luglio 2007
E' da un po' che stavo osservando che la maggior parte dei dipendenti affettivi che conosco hanno avuto, o hanno, delle altre dipendenze. Spesso capita che si smette con una cosa e si inizia con un'altra, in pratica dirigi l'impulso compulsivo su altro.
A parte "i classici" alcool e droga, si può dirigere la propria compulsione su molte altre cose: c'è chi si sfoga sul cibo, chi facendo shopping (shopping compulsivo), chi si ammazza di lavoro, chi si da al sesso (sex addiction), chi ricerca l'intrigo amoroso (ossia avere relazioni con persone già occupate), chi si da al gioco d'azzardo, chi si "fa" di emozioni forti e ricerca situazioni pericolose (gare in auto, rapine, .....etc).
Ho conosciuto un ragazzo che le definiva "dipendenze tappo", lui le aveva avute quasi tutte e con molta semplicità mi spiegò che erano tutte conseguenza della dipendenza affettiva.
Ieri leggendo il libro principale Co.Da. trovo scritto che la codipendenza (ossia il rapporto di dipendenza che si instaura tra due dipendenti affettivi) è la radice di tutte le dipendenze e che affrontare solo la codipendenza (quando si ha più dipendenze) può portare ad effetti disastrosi.

La dipendenza è qualcosa che si può manifestare in più forme, può cambiare, può spostarsi. La dipendenza è un sintomo di qualcosa di più profondo.
Secondo Erich Fromm è il naturale risultato di uno sviluppo non completo o distorto, che rende il soggetto meno preparato, più vulnerabile. In pratica tutte le persone, che si ritrovano ad avere problemi legati ad un disagio interiore, portano con sé forme di dipendenza più o meno evidenti.
Quello che manca a tutte le persone che soffrono di qualsiasi forma di dipendenza, quello che non hanno potuto sviluppare fino in fondo è la loro capacità di ascoltarsi.
Riuscire ad ascoltarsi vuol dire avere il controllo totale di sé stessi, delle proprie emozioni, dei propri sentimenti, delle proprie paure, delle proprie scelte, delle proprie azioni. Vuol dire essere capace di riconoscere se una situazione ti fa male. Vuol dire non essere più ossessionati dal controllare sé stesso e gli altri.

Le persone vanno in analisi per imparare ad ascoltarsi.
domenica, 17 giugno 2007
....è un film, con Giancarlo Giannini, che ho visto ieri e mi è molto piaciuto...... il film è tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Berto.
Cercando in rete ho trovato degli articoli molto interessanti, ne riporto alcuni passi:

"[...] La storia, autobiografica, è semplice: un intellettuale di provincia che lavora a Roma, gravitando per sbarcare il lunario intorno al mondo del cinema degli anni della “dolce vita”, e tutto proteso alla ricerca del successo letterario, è confrontato ad una figura paterna opprimente e assolutistica, che ne provoca, alla morte, infiniti sensi di colpa, facendolo piombare nella depressione. In oltre quattrocento pagine fitte fitte, con uno stile personalissimo (praticamente senza punteggiatura, in un libero fluire della memoria e della coscienza, con un tono quasi sempre amaro e disincantato, pur tra misurati momenti di umorismo), Berto ci racconta allora la sua lotta contro il male, il matrimonio con la seducente “moglie ragazzetta”, la nascita della figlia, la battaglia per scrivere un romanzo vero capolavoro, cosciente dei propri meriti, di fronte ai convenzionalismi della cultura dominante all’epoca, nell’interpretare il malessere, le pulsioni della società italiana di quegli anni. E, ancora, il suo avvicinarsi alla psicoanalisi, sempre con diffidenza; eppure, sarà proprio questa la medicina che consentirà al protagonista del libro di avviarsi sulla strada della guarigione, insegnandoli a vivere le proprie fobie ed angosce senza farsi travolgere, anche quando scopre che la moglie lo tradisce, così che non gli resta che abbandonare, con dignità dolente, il tetto coniugale, nell’eremo aspro della costa calabrese che guarda alla Sicilia. Conciliandosi finalmente con le sue nevrosi, guardandole a testa alta, dritto negli occhi, senza paura.

Ritratto di uno che parte sconfitto, Il male oscuro è la storia di una vittoria.

Se fossi un editore, metterei sulla copertina di questo libro l’immagine della statua dell’"uomo che cammina” di Rodin, un essere smozzicato, senza braccia, ferito, piagato, ma che nonostante tutto cammina, perché questo è ciò che di meglio gli resta da fare anche di fronte alle più gravi disgrazie.

Come scrisse egli stesso nell’anno della pubblicazione del romanzo, nessuno si era spinto così a fondo, senza preconcetti ne’ divieti, nell’analisi di un uomo: “se la malattia del protagonista era annidata nell’odio per il padre, nelle funzioni sessuali, nell’ansia di trovare Dio, nei meccanismi intestinali, negli abissi della masturbazione, nell’avvilimento di fronte ai radicali, nell’esaltazione del primo bacio, nel terrore dell’omosessualità, nell’ossessione del cancro, nella smodata ambizione, nei torbidi stimoli segreti, ebbene, lì bisognava che io l’andassi a cercare col coraggio di arrivare il più possibile in fondo, non dimenticandomi cosa mi diceva il mio analista: qualsiasi cosa ne sarebbe venuta fuori, sarebbe stata comunque qualcosa attinente all’uomo. Ecco, proprio questo è ciò che può dare una giustificazione al mio libro e in particolar modo alle sue parti più crude e diciamo pure sgradevoli: la validità verso tutti, l’esplorazione verso una parte di noi stessi che forse non abbiamo il coraggio di guardare, ma c’è, esiste in noi, e nasconderla non serve che a renderci sempre più malati e infelici”.

di Diego Brasioli
(Console Generale d’Italia a Los Angeles)
[...]"

Mi ha molto colpito e per chi mi segue dall'inizio, non dovrebbe essere difficile capire il perché. Credo che leggerò il libro.
giovedì, 19 aprile 2007
Per potere rendere comprensibile il successivo post devo riportare un tratto del libro Bioenergetica di A. Lowen. Buona lettura.

"[...] La coscienza, man mano che sale a livelli più elevati, non si espande ma si restringe per aumentare la messa a fuoco e la capacità di operare discrimina­zioni. D'altra parte, man mano che si approfondisce fino a com­prendere i sentimenti, le sensazioni e i processi corporei che le creano, diventa più ampia ed estensiva. Per evidenziare questa differenza ricorrerò a due termini molto generali — coscienza del­la testa e coscienza del corpo — che rappresentano rispettivamen­te il vertice e la base del triangolo.TriangoloCoscienza
Molte persone, in particolare quelle che vengono definite in­tellettuali, hanno soprattutto una coscienza di testa. Si considera­no delle persone molto consapevoli e di fatto lo sono, ma la loro coscienza è limitata e ristretta — limitata ai loro pensieri ed im­magini e ristretta perché vedono se stessi e il mondo solo in termi­ni di pensieri e di immagini. Comunicano con facilità i propri pen­sieri, ma hanno grosse difficoltà a sapere o ad esprimere quello che sentono. In generale sono inconsapevoli di quello che succede nel loro corpo e di conseguenza sono inconsapevoli del corpo di colo­ro che li circondano. Parlano di sentimenti ma non li sentono né agiscono su di essi. Sono consapevoli solo dell'idea del senti­mento. Di persone del genere si potrebbe dire che non vivono la vita, ma la percorrono col pensiero. Vivono nella loro testa.
La consapevolezza del corpo è al polo opposto. È caratteristi­ca dei bambini che vivono nel mondo del corpo e delle sue sen­sazioni e degli adulti che conservano una stretta connessione con il bambino che sono stati e che dentro di sé continuano ad essere.
La persona che possiede la consapevolezza del corpo sa cosa sente e dove lo sente nel corpo. Ma è anche in grado di dirvi quello che sentite voi e come lei lo vede nel vostro corpo. Vi sente come un corpo e come tale vi risponde; non si lascia ingannare dai "ve­stiti nuovi del re".

C'è una grossa differenza fra essere consapevoli del corpo e possedere una coscienza del corpo. Si può essere consapevoli del corpo con una coscienza di testa, il che è vero per tantissime per­sone che si impegnano nell'educazione fisica (ad esempio frequen­tando una palestra per migliorare la propria figura) o nell'atletica e nelle arti ginnastiche. Il corpo allora viene visto come strumen­to dell'io, non come l'autentico sé.
Non sto affermando che la coscienza del corpo sia superiore alla coscienza della mente, anche se non è infrequente incontrare la posizione opposta. Ho poca considerazione per una coscienza di testa dissociata, ma rispetto moltissimo una coscienza di testa che sia pienamente integrata con la coscienza del corpo. Analoga­mente ritengo che la coscienza del corpo da sola sia un livello im­maturo dello sviluppo della personalità.
Naturalmente la bioenergetica mira ad espandere la coscienza aumentando la coscienza del corpo. Ma nel farlo non può permet­tersi di ignorare (e non ignora) l'importanza della coscienza di te­sta. Nella terapia bioenergetica si può elevare il livello di coscien­za anche mediante l'uso del linguaggio e delle parole. Dobbiamo tuttavia riconoscere che la nostra cultura è prevalentemente una cultura di "testa" e che quanto a coscienza del corpo siamo gra­vemente carenti.
La coscienza del corpo occupa una posizione intermedia fra la coscienza di testa e l'inconscio, e così serve a connetterci ed orientarci con le forze misteriose presenti nella nostra natura. La figura riportatat sopra illustra in maniera semplificata questo rapporto.
Mentre la coscienza di testa non ha connessioni dirette con l'inconscio, la coscienza del corpo vi è connessa. L'inconscio è quell'aspetto del nostro funzionamento corporeo che non perce­piamo e non siamo in grado di percepire. Così, mentre possiamo diventare consapevoli, con uno sforzo di attenzione, della nostra respirazione e in alcuni stati anche del cuore, non possiamo di­ventare coscienti dell'azione dei reni, per non parlare delle sottili reazioni che si verificano a livello dei tessuti o delle cellule. L'intimo processo vitale del metabolismo esula dalla nostra ca­pacità di percezione. Tanta parte della nostra vita ha luogo in una regione buia dove la luce della mente cosciente non può risplendere. E la coscienza della mente, essendo pura luce, ha paura del buio.

A livello della coscienza di testa il mondo è una serie di di­scontinuità, di eventi e cause non collegati. È la natura essenzia­le della mente, o coscienza dell'io, che crea le dualità e spacca l'unità essenziale di tutte le funzioni naturali. Camus ha espresso egregiamente questo fatto in maniera poetica: "Finché lo spirito tace nel mondo immobile delle proprie speranze, tutto si riflet­te e prende posto nell'unità della sua nostalgia; ma al primo mo­vimento, tale mondo si fende e rovina: infiniti, lucidi lampeggia­menti si offrono alla conoscenza..." L'intrusione della mente co­sciente ha un effetto rovinoso. Il problema teorico è come rico­struire coscientemente quella unità.
Poiché ciò non può essere fatto, Camus dice che il mondo è "assurdo". Ma è necessario farlo. Questo problema, che tormen­ta tanti pensatori, non disturba l'individuo medio. Non ho mai sentito un paziente lamentarsi di questo. I problemi della gente sono concentrati sulle questioni pratiche e sui sentimenti con­flittuali. Non ho mai visto un paziente soffrire di un'ansia "esi­stenziale".
Perché presuppo­niamo che la coscienza possa fornire tutte le risposte, quando ogni evidenza dimostra che essa crea tanti problemi quanti ne risolve? Perché siamo tanto arroganti da credere di poter conoscere tutto? Non è necessario.
La risposta a questi interrogativi è che abbiamo finito per aver paura del buio, dell'inconscio e dei processi misteriosi che conservano il nostro essere. Malgrado i progressi della scienza, queste cose rimangono misteriose; per parte mia sono contento che nella vita ci sia ancora qualche mistero. Una luce senza ombre è un bagliore accecante. Se riusciamo a illuminare ogni cosa ri­schiamo di creare un "whiteout" che distruggerebbe la coscienza. Potrebbe essere come il lampo di luce nel cervello di un epiletti­co, che precede le convulsioni e il blackout. Continuando ad ac­crescere la coscienza alla sommità della piramide è facile che ol­trepassiamo il limite, diventando troppo consapevoli di noi stessi e condannandoci all'immobilità.
La bioenergetica procede diversamente. Espandendo la coscien­za verso il basso, porta l'individuo più vicino all'inconscio. No­stro obiettivo non è di rendere cosciente l'inconscio, ma di ren­derlo più familiare e meno spaventoso. Quando scendiamo fino a quella zona di confine in cui la coscienza del corpo tocca l'in­conscio ci rendiamo conto che l'inconscio è la nostra forza, men­tre la coscienza è la nostra gloria. Percepiamo l'unità della vita e capiamo che il significato della vita è la vita stessa.
[...]"

Alexander Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli, cap 10
domenica, 18 febbraio 2007
Post-ibrido, ossia un misto tra un post-previsto e un post-imprevisto.
Innanzi tutto rispondo al commento dell'ultimo post:
grazie per i grazie, ma non dimenticare di ringraziare te stessa, non è semplice aprirsi.... soprattutto con un semisconosciuto.
La lista delle persone che mi hanno aiutato quando stavo male è veramente lunga. Molte persone le ho ringraziate di persona, alcune continuano ad aiutarmi e ad altre ho potuto dare una mano quando poi sono stato meglio.

Venerdì 1° dicembre è stato il primo giorno che ho incominciato a prendere psicofarmaci, purtroppo hanno incominciato a fare effetto solo ventiquattro ore dopo..... quella sera stavo male e anche se non stavo tanto male quanto il giorno prima, vivere, respirare era terribilmente faticoso.
E' incredibile come quando meno te lo aspetti, succede qualcosa che segnerà la tua vita..... accade che attacco a parlare con un tizio che conoscevo appena. Parliamo, parliamo, non so bene per quanto tempo. Parliamo di cose serie, cose maledettamente serie.... io stavo uno straccio quella sera, mi sentivo veramente fallito.... e scopro che non ero l'unico ad avere certi problemi.
Poco dopo si aggrega un altro tizio, con un'altra storia allucinante alle spalle..... a conti fatti eravamo in tre più il mio amico-socio, per un totale di quattro pirla che senza farlo apposta si erano ritrovati a parlare di psicologi, psicofarmaci, paura dell'abbandono, etc, etc. Tutto questo in un locale di musica live, mentre attorno a noi le altre persone erano impegnate in tutt'altro.
Di solito capita raramente di conoscere qualcuno e diventarci amico nel giro di così poco. Da due mesi e mezzo a questa parte, sta capitando sempre più spesso.... che nome dare a questo fenomeno: chimica del cervello? Fiuto? O magari che a mostrarsi per come veramente si è, si attirano persone con cui c'è un'affinità più profonda?
La cosa assurda è che succede che la persona con cui sei stato per quattro anni, ti volta le spalle in un attimo, fottendosene allegramente delle tue esplicite richieste di aiuto; altre persone, perfetti sconosciuti o quasi, ti danno una quantità di aiuto e amore (inteso come amore fraterno) da lasciarti quasi imbarazzato.
Quella sera ho capito due cose:
1 che non c'era nulla di cui vergognarsi.
2 il significato della parola umiltà

Della vergogna ne ho già scritto in altri post, quindi non mi ripeto. Sull'umiltà ne scrivo adesso.

L'umiltà
Non sono mai stato una persona umile.... e non è che non ci abbia mai provato. L'umiltà è difficile da definire ed è difficile da comprendere. L'umiltà è una forma di rispetto che puoi sentire a diverse profondità.
Andando in alta montagna mi ero fatto un'idea di cosa volesse dire essere umile quando ti contrapponi a certi luoghi, quando hai a che fare con una natura selvaggia. I ghiacciai sono luoghi molto pericolosi, quando penso alla morte penso alle pareti blu tenue di un crepaccio. Su un ghiacciaio tu non conti niente, sei una formica, la durata della tua vita in paragone ai millenni di esistenza di un ghiacciaio non è nulla.
In certi luoghi essere umile è semplice. Tutt'altra cosa è essere umile con le persone che incontri sulla tua strada nella vita normale. Tutti ci facciamo un'idea di chi abbiamo di fronte, tutti diamo un giudizio...... non per cattiveria (o almeno non sempre), ma semplicemente perchè così come riconosci il colore dei capelli di chi ti sta davanti, con la stessa semplicità il cervello elabora un giudizio. Per ricordare è necessario dare un nome, definire ciò che abbiamo di fronte. E' impossibile non elaborare un giudizio su chi hai di fronte.
Quello che cambiò quella sera è che mi resi conto che tutte le persone stanno nella stessa situazione, viviamo tutti su questo mondo e ognuno ha i suoi problemi. Ognuno è diventato com'è per una complicata serie di cause. Non c'è "realmente" nessuno che può sentirsi arrivato, non c'è nessuno che si può sentire meglio. Spesso si incontrano persone che mostrano solo il lato buono, magari lo mostrano anche con una certa abilità, ma non esiste una persona perfetta. Viviamo una vita incerta, nel senso che potrebbe finire da un momento all'altro, illudendoci di avere tutta una serie di certezze.... tutti quanti, nessuno escluso.