Dialogo tra
Marla e
Ed. Norton nel film Fight Club:
[...]
Cosa ci ricavi da tutto questo? Perchè continui tutto questo..... insomma, la cosa ti rende felice?
Si, qualche volta.
Io non capisco..... perchè una persona più debole si deve agganciare ad una più forte? Qual'è la causa?
Già.... e tu cosa ci ricavi?
[...]
Non mi sembra tanto strano che una persona più debole tenda ad agganciarsi ad una più forte, il perchè è facilmente intuibile.... ma la persona forte, perchè si fa agganciare da una persona debole? Che cosa ci guadagna?
Quelli che si adoperano per il bene degli altri, i cosiddetti "altruisti", perchè lo fanno? Bontà? Migliorare il mondo? Affetto? Amore? Qual'è il motivo?
Magari ci sarebbero da fare delle distinzioni: ci sono persone che hanno una vera e propria vocazione, persone che donano la propria vita per una certa causa. Mi piace ricordare una frase tratta da "Il giovane Holden":
"Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa".
Ci sarebbero da fare delle distinzioni, ma ciò che veramente fa la differenza è la motivazione che sta dietro il proprio essere altruista....... purtroppo non è così facile conoscerla.
Forse "il forte" ha bisogno di farsi agganciare dal "debole" per sentirsi appunto forte? Forse è che c'è la tendenza, da parte di entrambi, nel ricoprire un determinato ruolo....
indossare i panni del personaggio che attribuiscono a sè stesso.
Nel teatro, nella recitazione, si dovrebbe rivivere le emozioni provate nella vita reale. Rivivere qualcosa che si è già vissuto per essere sul palco
"veri". E' abbastanza ironico che nella vita, quella da cui si dovrebbe attingere per essere "veri" sul palco, di fatto si continui a fare di tutto per indossare i panni di un personaggio.
Nella vita, di continuo, si cerca di difendere quell'immagine di sè che si ha. Nella vita si continua a recitare una parte. Nella vita si continua a recitare senza vivere realmente.
Ovviamente anch'io faccio così. Di me ho scoperto che sono particolarmente bravo nello scoprire chi ho davanti, nel strappargli la maschera, nel riconoscere le menzogne dalla verità (quando voglio....). Casualmente, o forse no, sono particolarmente non abile nel riconoscere le mie menzogne, nel levare la mia maschera.
Ci metto un attimo a smontare chi ho davanti...... sono figo! E' una cosa che mi è tornata talmente utile, da arrivare a 27 anni e rischiare di impazzire..... sono veramente figo, come no?
Si fa di tutto per non smontare quell'immagine che si ha di sè, si fa di tutto per non vedere le cose che dietro la facciata non vanno bene, è tanto facile nascondersi dietro le proprie abilità, dietro il proprio altruismo, la propria bontà, il proprio voler bene, il proprio amore. E' tanto facile donare a piene mani ciò di cui si ha in abbondanza, per poi sentirsi apposto. Tutti questi sono solo diversi modi di scappare, diverse strategie, diversi modi di essere compulsivi, diversi modi per stordirsi e continuare a non accettare la realtà.
Ho imparato a criticare me stesso rigirando verso di me, le critiche che muovevo verso gli altri. Ho imparato che appena incomincio a stare meglio, tendo a re-indossare i panni del mio personaggio......e questo l'ho imparato oggi.
Devo vincere, devo uscirne come vincente, di cosa e perchè non si sa, ma alla fine devo spuntarla io, come se fosse una gara a chi è il più bravo.
Ci rifletto e credo che la questione non è semplicemente rendersi conto che ho perso (è impossibile vincere sempre), non è solo imparare a perdere. La questione è rendersi conto che non c'è gara, non c'è pubblico, non c'è un vincitore e non c'è un vinto, è tutto il meccanismo che non ha senso, è questo modo di ragionare in giusto e sbagliato che è folle. E' il moto del mio personaggio che è folle: non devi perdere e non devi arrenderti.
P.S.=
Ogni persona ha la sua immagine (o facciata) più o meno radicata, con il suo relativo moto.... ad esempio potrebbe essere: non posso mai essere triste.
E' rimanere nel proprio modo di ragionare, nel proprio personale teatrino, senza rendersi conto che è difettato, che è solo parzialmente sviluppato,
che è una riduzione della realtà.
Abbiamo imparato a ragionare in un certo modo e diamo per scontato che questo modo non possa essere cambiato, non possa cambiare radicalmente.
Il modo di ragionare è il confine del nostro mondo. Partendo dall'assunto che spesso le persone non riescono a raggiungere il massimo dello loro sviluppo, a causa di traumi infantili etc etc, non è logico pensare che portando a conclusione il proprio sviluppo anche i confini del proprio mondo cambierebbero?
Ripenso ad
Albert Camus. Ultimamente ci penso spesso. Di Camus ho letto tutto, svariate volte. Ripenso a "
La caduta", per me, la sua opera massima. Penso alla frase finale e mi sale un brivido su per la schiena (anche adesso che lo scrivo). "La caduta" è stata l'ultima opera che ha scritto e completato (è stata pubblicata prima di "L'esilio e il regno" scritto precedentemente) ed in questo romanzo tira le somme della propria vita: il protagonista (con altro nome) è Camus stesso. Parla di sè, smonta sè stesso, veste i panni del giudice-penitente ossia giudica sè stesso, per giudicare tutti gli altri...... col finire per non condannare nessuno, sè compreso. Camus è consapevole della propria crisi, è consapevole dell'immagine di sè, sbircia sotto tutti i sassi che ci sono da sollevare, non risparmia nulla di sè, implacabile smonta sé stesso ammettendo le cose più bieche, la sua onestà viene spinta ai limiti più estremi, in tutto questo è mosso da un'unica convinzione: alla fine la verità lo renderà libero.
Camus smonta la sua immagine, smonta tutto di sé, ma non giunge alla tanto agognata libertà, nonostante questo se potesse tornare indietro ripercorrerebbe la stessa discesa agli inferi...... perchè intimamente sa che, nonostante tutto, quella era la strada giusta.
Camus (che tra le altre cose ha vinto il premio Nobel) ha raggiunto il limite a cui poteva arrivare senza modificare il suo modo di ragionare, non ha mai pensato, non è stato raggiunto dall'illuminazione:
mettere in dubbio il proprio modo di ragionare, l'errore fondante, il baco era lì.
Il modo in cui ragioniamo, il modo in cui traduciamo la realtà trasformandola in impulsi utili al nostro vivere, al nostro stare bene, è qualcosa che abbiamo imparato in modo personale. Non esistono due persone che ragionino allo stesso modo. Non c'è un solo modo giusto, in compenso la propria capacità di ragionare può non essersi sviluppata completamente e quindi può essere minata.