mercoledì, 28 maggio 2008
Non ti viene l'ansia così, a caso. Non incominci a sentire quella fitta alla pancia così, a caso. Non è un caso.
L'ansia, il dolore, non piacciono a nessuno, ma se vengono un motivo c'è.... da qualche parte stai sbagliando qualcosa e l'unico modo per bloccare l'emorragia è curare la ferita che l'ha generata. L'unico modo e ripercorrere la scia di dolore, l'ansia, ascoltarle e vedere dove ti portano, continuare fino in fondo, fino alla fine.

La manipolazione è un aspetto che va a braccetto con l'ossessione del controllo. Tutti elementi di cui la dipendenza (affettiva e non) è caratterizzata. Esistono persone che cercano di manipolare le altre persone, ma cosa succede quando una persona oltre a cercare di manipolare le altre persone manipola anche sé stessa?
Avviene una dissociazione tra mente e corpo, la mano destra non sa più cosa fa la mano sinistra, i conti incominciano a non tornare e l'ansia prende piede.
Manipolare sé stessi vuol dire creare e indossare una maschera; vuol dire non ascoltarsi; vuol dire non ammettere a sé stessi ciò che si prova, ciò che si sente; vuol dire non vivere ma continuare a recitare, anche fuori dal palco; vuol dire essere scollegato; vuol dire mentire a sé stesso e (di conseguenza) alle altre persone; vuol dire negare sé stesso, vergognarsi di sé, non accettarsi.
Manipolare sé stesso vuol dire che nella tua vita avrai due certezze:
la morte e il dolore che ti infliggerai.
mercoledì, 13 febbraio 2008
Il punto non è perché tradisci, il punto è: perché continui a starci assieme?
Non è una questione di moralismi o antimoralismi.
Mi interessa fermare l'attenzione sull'onestà..... non quella che si cerca di dimostrare a gli altri, ma quella che si ha realmente con sé stessi.
Mi interessa far riflettere sulla capacità di accettare la realtà per quello che è senza deformazioni.
Quanto siamo capaci di accettare la realtà per quello che è?
Quanto si è capaci di cogliere le cose belle che ci sono attorno? Quanto si è capaci di accettare le cose brutte?
Capita di guardarsi in dietro e pensare: "ma come ho fatto a stare per così tanto tempo con una persona così?". In certi rapporti il tradimento è fisiologico, serve a tenere a galla il rapporto stesso...... rapporto che più che una barca che solca le onde a piene vele, sembra un relitto di qualcosa ora totalmente alla deriva. Qualcosa che forse non c'è mai stato.
Perché si difende con tutte le energie un rapporto in cancrena? Perché ci si accontenta di un relitto?
E' così terribile stare soli?

Riprendendo le domanda del post precedente: ... e allora perché tradisci? Perché lo fai e continui a stare assieme al tradito?
Forse la risposta è: perché ho paura della solitudine e questo è meglio della solitudine.
L'amore verso l'altro non c'entra, al massimo c'è un pizzico di istinto di conservazione "deviato" nei propri confronti.
E' interessante osservare come i vocaboli vengono utilizzati, dando loro i significanti più assurdi, pur di descriver la realtà secondo paesaggi conosciuti.
A proposito calza a pennello una canzone..... buon ascolto.

Offlaga Disco Pax - Sensibile

Sensibile
La parola "sensibile" è vaga come stelle dell'Orsa.
Francesca Mambro, protagonista dell'eversione nera degli anni '70,
si è presa qualche ergastolo per omicidi organizzati,
realizzati,
rivendicati,
confessati,
ma si è proclamata innocente rispetto alla strage di Bologna.

Francesca Mambro era allora come oggi la donna di Giusva Fioravanti,
un tizio colpevole di decine di delitti a sfondo labilmente politico.
Delitti diventati famosi per la ferocia e la facilità con cui vennero commessi,
spesso a danno di gente che nulla aveva a che fare con le sue cause,
e a volte dettati dalla follia piuttosto che da un qualche credo neofascista.

Un ragazzo la cui gioventù venne violentata da troppa televisione.
Giusva era uno pronto per la Uno Bianca..... prima della Uno Bianca.
Qualche anno fa un giudice chiese a Francesca perchè lo scelse come compagno di vita.
A questa domanda rispose con una frase da ginnasio nichilista,
lapidaria, nel senso di lapide:

"Giusva era il ragazzo più sensibile che io avessi mai incontrato".


Che razza di tipacci fossero gli altri ragazzi che aveva frequentato
non ci è dato sapere.
Di sicuro Francesca con gli uomini non è stata fortunata,
e la parola "sensibile" resta dubbia e ambivalente come il coinvolgimento dei NAR per i fatti del 2 agosto 1980.
Francesca Mambro è citata nei ringraziamenti di un disco intitolato:
"Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!"
Sensibili anche loro.
Per evitare di confondere la sensibilità
con l'eversione fascista e stragista,
stabiliremo dei limiti.

Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili.
E tutto si distacca
dalle ambiguità
di Francesca Mambro da cui ci dissociamo
anche per l'uso sconsiderato e irresponsabile
del vocabolario.

La signora Mambro e il camerata Fioravanti, sono fuori di galera.
Fa male ammettere, che al momento vincono due a zero.
mercoledì, 05 settembre 2007
22 Agosto
Dialogo tra Marla e Ed. Norton nel film Fight Club:

[...]
Cosa ci ricavi da tutto questo? Perchè continui tutto questo..... insomma, la cosa ti rende felice?
Si, qualche volta.
Io non capisco..... perchè una persona più debole si deve agganciare ad una più forte? Qual'è la causa?
Già.... e tu cosa ci ricavi?
[...]

Non mi sembra tanto strano che una persona più debole tenda ad agganciarsi ad una più forte, il perchè è facilmente intuibile.... ma la persona forte, perchè si fa agganciare da una persona debole? Che cosa ci guadagna?
Quelli che si adoperano per il bene degli altri, i cosiddetti "altruisti", perchè lo fanno? Bontà? Migliorare il mondo? Affetto? Amore? Qual'è il motivo?
Magari ci sarebbero da fare delle distinzioni: ci sono persone che hanno una vera e propria vocazione, persone che donano la propria vita per una certa causa. Mi piace ricordare una frase tratta da "Il giovane Holden":
"Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa".
Ci sarebbero da fare delle distinzioni, ma ciò che veramente fa la differenza è la motivazione che sta dietro il proprio essere altruista....... purtroppo non è così facile conoscerla.
Forse "il forte" ha bisogno di farsi agganciare dal "debole" per sentirsi appunto forte? Forse è che c'è la tendenza, da parte di entrambi, nel ricoprire un determinato ruolo.... indossare i panni del personaggio che attribuiscono a sè stesso.
Nel teatro, nella recitazione, si dovrebbe rivivere le emozioni provate nella vita reale. Rivivere qualcosa che si è già vissuto per essere sul palco "veri". E' abbastanza ironico che nella vita, quella da cui si dovrebbe attingere per essere "veri" sul palco, di fatto si continui a fare di tutto per indossare i panni di un personaggio.
Nella vita, di continuo, si cerca di difendere quell'immagine di sè che si ha. Nella vita si continua a recitare una parte. Nella vita si continua a recitare senza vivere realmente.
Ovviamente anch'io faccio così. Di me ho scoperto che sono particolarmente bravo nello scoprire chi ho davanti, nel strappargli la maschera, nel riconoscere le menzogne dalla verità (quando voglio....). Casualmente, o forse no, sono particolarmente non abile nel riconoscere le mie menzogne, nel levare la mia maschera.
Ci metto un attimo a smontare chi ho davanti...... sono figo! E' una cosa che mi è tornata talmente utile, da arrivare a 27 anni e rischiare di impazzire..... sono veramente figo, come no?
Si fa di tutto per non smontare quell'immagine che si ha di sè, si fa di tutto per non vedere le cose che dietro la facciata non vanno bene, è tanto facile nascondersi dietro le proprie abilità, dietro il proprio altruismo, la propria bontà, il proprio voler bene, il proprio amore. E' tanto facile donare a piene mani ciò di cui si ha in abbondanza, per poi sentirsi apposto. Tutti questi sono solo diversi modi di scappare, diverse strategie, diversi modi di essere compulsivi, diversi modi per stordirsi e continuare a non accettare la realtà.
Ho imparato a criticare me stesso rigirando verso di me, le critiche che muovevo verso gli altri. Ho imparato che appena incomincio a stare meglio, tendo a re-indossare i panni del mio personaggio......e questo l'ho imparato oggi.
Devo vincere, devo uscirne come vincente, di cosa e perchè non si sa, ma alla fine devo spuntarla io, come se fosse una gara a chi è il più bravo.
Ci rifletto e credo che la questione non è semplicemente rendersi conto che ho perso (è impossibile vincere sempre), non è solo imparare a perdere. La questione è rendersi conto che non c'è gara, non c'è pubblico, non c'è un vincitore e non c'è un vinto, è tutto il meccanismo che non ha senso, è questo modo di ragionare in giusto e sbagliato che è folle. E' il moto del mio personaggio che è folle: non devi perdere e non devi arrenderti.
P.S.= Ogni persona ha la sua immagine (o facciata) più o meno radicata, con il suo relativo moto.... ad esempio potrebbe essere: non posso mai essere triste.
E' rimanere nel proprio modo di ragionare, nel proprio personale teatrino, senza rendersi conto che è difettato, che è solo parzialmente sviluppato, che è una riduzione della realtà.
Abbiamo imparato a ragionare in un certo modo e diamo per scontato che questo modo non possa essere cambiato, non possa cambiare radicalmente. Il modo di ragionare è il confine del nostro mondo. Partendo dall'assunto che spesso le persone non riescono a raggiungere il massimo dello loro sviluppo, a causa di traumi infantili etc etc, non è logico pensare che portando a conclusione il proprio sviluppo anche i confini del proprio mondo cambierebbero?
Ripenso ad Albert Camus. Ultimamente ci penso spesso. Di Camus ho letto tutto, svariate volte. Ripenso a "La caduta", per me, la sua opera massima. Penso alla frase finale e mi sale un brivido su per la schiena (anche adesso che lo scrivo). "La caduta" è stata l'ultima opera che ha scritto e completato (è stata pubblicata prima di "L'esilio e il regno" scritto precedentemente) ed in  questo romanzo tira le somme della propria vita: il protagonista (con altro nome) è Camus stesso. Parla di sè, smonta sè stesso, veste i panni del giudice-penitente ossia giudica sè stesso, per giudicare tutti gli altri...... col finire per non condannare nessuno, sè compreso. Camus è consapevole della propria crisi, è consapevole dell'immagine di sè, sbircia sotto tutti i sassi che ci sono da sollevare, non risparmia nulla di sè, implacabile smonta sé stesso ammettendo le cose più bieche, la sua onestà viene spinta ai limiti più estremi, in tutto questo è mosso da un'unica convinzione: alla fine la verità lo renderà libero.
Camus smonta la sua immagine, smonta tutto di sé, ma non giunge alla tanto agognata libertà, nonostante questo se potesse tornare indietro ripercorrerebbe la stessa discesa agli inferi...... perchè intimamente sa che, nonostante tutto, quella era la strada giusta.
Camus (che tra le altre cose ha vinto il premio Nobel) ha raggiunto il limite a cui poteva arrivare senza modificare il suo modo di ragionare, non ha mai pensato, non è stato raggiunto dall'illuminazione: mettere in dubbio il proprio modo di ragionare, l'errore fondante, il baco era lì.
Il modo in cui ragioniamo, il modo in cui traduciamo la realtà trasformandola in impulsi utili al nostro vivere, al nostro stare bene, è qualcosa che abbiamo imparato in modo personale. Non esistono due persone che ragionino allo stesso modo. Non c'è un solo modo giusto, in compenso la propria capacità di ragionare può non essersi sviluppata completamente e quindi può essere minata.
mercoledì, 18 luglio 2007
Una persona che si porta dietro un disagio interiore è una persona che non ha potuto svilupparsi completamente. Uno sviluppo non completo mette la persona in condizioni di instabilità e maggiore vulnerabilità. Lo stare male (in età adulta) è una conseguenza delle ridotte possibilità da cui si parte.
Inconsciamente si ricerca l'equilibrio, si cerca di colmare quel vuoto e tutto viene visto in funzione di questo scopo. Fin tanto che non sarà raggiunto l'equilibrio, fin tanto che non si riuscirà a completare il proprio sviluppo diventando autonomi, tutto e tutti saranno visti e vissuti come mezzo per arrivare allo scopo...... in buona sostanza si userà tutto e tutti (parenti, amici, la persona che si dice di amare, etc, etc).
Il quadro della situazione non è particolarmente bello ma, purtroppo, è così.
Se è vero che inconsciamente si ricerca l'equilibrio, il completare il proprio sviluppo, viene da chiedersi: com'è che lo scopo non viene raggiunto? Se tutto il proprio essere anela a ciò, se tutto quello che uno fa punta in quella direzione, perchè non ci si riesce?
Il non avere avuto uno sviluppo completo dipende da una serie di fattori esterni che, ovviamente, hanno avuto delle conseguenze in termini di dolore. Superata la soglia di dolore che una persona può sopportare scattano dei meccanismi di autodifesa e a poco, a poco, ci si crea un'immagine di sé che non corrisponde proprio al reale sé. Quest'immagine serve per non soffrire, è un adattamento, una toppa, una corazza, che però ha un rovescio: se quando eri piccolo t'ha salvato, ora ti sta soffocando.
A questo punto si vengono a creare due forze: da una parte quella che anela al completo sviluppo, dall'altra quella che vuole difendere l'immagine di sé (la gente sull'immagine di sé ci costruisce la vita). Questo è il conflitto o disagio interiore.
L'impulso originale, quello di completare il proprio sviluppo, continua a spingere, ma per seguire tale impulso bisognerebbe smantellare l'immagine che si ha di sé, il che vuol dire mettere in crisi buona parte di quello che credi di sapere su te stesso, nonché beccarsi tutto il dolore che si è sempre evitato.
L'impulso originale si fa sentire sempre e per metterlo a tacere si farebbe qualsiasi cosa... ecco che scattano gli impulsi compulsivi. Eviti di affrontare la cosa distraendoti, sfogandoti, concentrandoti su altro..... così si sviluppano le dipendenze.
Qualsiasi cosa può essere fatta in modo compulsivo, dal fare l'amore, allo scrivere su un blog. E' ciò che ti spinge a fare una certa cosa che fa la differenza. Un atto compulsivo da una soddisfazione momentanea, l'ebrezza dopo poco svanisce.... ma tu ne hai ancora bisogno. L'indice di sopravvivenza dopo un certo tempo scende a zero.... tu sei assuefatto, stai male (nel senso che vai in depressione) e a quel punto non c'è più nessuna cosa che puoi fare se non affrontare la cosa che temi di più: smantellare l'immagine di te  e scoprire cosa sei veramente.
Fin tanto che non arrivi a toccare il fondo, fin tanto che non arrivi a soffrire così tanto che di più non si può, difficilmente sarai capace di mettere in dubbio tutto, smantellare parola per parola tutte le menzogne che racconti a te stesso e agli altri, e riprendere il tuo sviluppo da dove l'hai lasciato tanti anni fa.
venerdì, 30 marzo 2007
In teoria dovrei studiare, ma visto che ho le palle girate per tutta una serie di motivi e sto andando in overburn..... ho deciso che farò ciò che è meglio per me: fermarmi e scrivere.
E' un periodo che sto scrivendo poco per mancanza di tempo, ma i pensieri si rincorrono incessantemente. Così capita, perfino, che la notte non riesco a dormire.....  devo accendere la luce, prendere il quaderno o il registratore, e buttare fuori qualcosa.

30 marzo. Oggi è il 101 esimo giorno della mia nuova vita.
In questi giorni m'è capitato di guardare in dietro e osservare, riflettere su tutto quello che è passato, su tutto quello che mi ha attraversato. Il tempo scorre piano, pianissimo..... oppure le cose avvengono ad una velocità vertiginosa. E' come se fosse passato un anno ma in realtà sono solo quattro mesi.
E così capita che incomincio a fare i confronti tra come ero prima e come sono adesso. Non sono mai stato così.
Durante gli otto anni di depressione ho sperato di ritornare me stesso. Nei primi due anni mi sono letteralmente bruciato per cercare il bando della matassola, ma niente. I rimanenti sei anni li ho passati arrangiandomi, sapendo di non essere a posto ma non potendo fare altro che cercare di sopravvivere.
Non pensavo che sarei tornato me stesso..... tanto meno come lo sono adesso.
Durante gli anni precedenti, quelli in cui pensavo di stare bene, ogni tanto, c'erano periodi di estrema lucidità, apici in cui la mente compieva balzi lunghissimi, spropositati...... periodi, che come arrivavano passavano. In quei momenti riuscivo a capire di più la vita, riuscivo a stare bene.
Io della vita non avevo mai capito un cazzo.
Giusto per la cronaca: essere intelligente, se non riesci a stare bene, se non riesci ad essere felice, non serve a niente. Meglio essere stupido e felice.
Accade che ora sono felice. Non è che nella mia vita le cose vadano tutte bene, anzi il gioco s'è fatto molto più duro. Però è cambiato il modo di prendere le cose.
Una volta c'erano dei momenti di estrema lucidità, ora quei momenti si sono ricuciti assieme al mio presente..... un filo tiene assieme tutti i pezzi, e tutto è collegato. Il mio presente è un continuo stato di lucidità estrema, ed è così da 101 giorni. Pensavo che sarebbe finito, pensavo fosse un periodo un po' più lungo, mi sa che mi sbagliavo..... è uscita e continua ad uscire troppa roba su cui riflettere.
Lo so che questo post sembra molto autocelebrativo....... ma in realtà, il punto a cui volevo arrivare è:
ma come cazzo è che dal 18 dicembre sono cambiate così tante cose?
Perché va bene che posso essermi impegnato molto, ma adesso è troppo..... c'è troppa differenza tra me e gli altri miei "colleghi".
Mi da fastidio non sapere perché io sto bene e gli altri no, quindi è da un po' che ci sto riflettendo. Ci sono persone a cui tengo troppo per potermene fottere, giusto perché ora sto bene.
Durante gli otto anni in cui ero depresso ho sempre continuato a riflettere, ma non concludevo nulla. Il diciotto dicembre ha cambiato qualcosa.... si, ho scoperto la dipendenza affettiva, ok. Ma si deve essere innescato qualcos'altro.....
Di tutti i dipendenti affettivi che conosco, sono l'unico che, dopo esser venuto a conoscenza di aver quel problema, ha reagito così bene. Gli altri sanno di averlo, ma è semplicemente come se c'avessero messo su un etichetta diversa: non è cambiato nulla. Prima si rendevano conto di avere un problema, poi gli hanno dato un nome, ma la cosa è finita li. L'influenza se la chiami Giovanna non ti passa...... e continua ad essere un'influenza.
Continuo a sentire storie di persone che amano ma soffrono...... essere intelligenti non serve a niente se non ti torna utile per stare bene e lo stesso principio vale per qualsiasi altra cosa: amare, se poi non stai bene non serve a niente.
In questo modo di fare c'è un meccanismo masochistico..... non ci vuole tanto per vederlo..... un meccanismo masochistico non è nulla di buono e non porta a nulla di buono.
E un'altra volta ancora...... per la cronaca: fino a sei mesi fa c'ero dentro anch'io.
Ora mi sembra assurdo...... ma perché?
Perché per me prima era normale e adesso è assurdo?
Che cos'è la normalità?
Non accetto la solita risposta che la normalità non esiste...... stronzate. Tutti abbiamo un nostro concetto di normalità, (se no infanzia e adolescenza a cosa servono?)  tutti ci siamo fatti un'idea di che cos'è l'amore. Nel nostro dizionario, il dizionario che ognuno ha scritto per sé, qual'è la definizione di amore?
Tutto quello che facciamo viene costantemente confrontato con il nostro concetto di normale.
Il 18.12.06 ho scoperto che la mia definizione d'amore era sbagliata, la dipendenza affettiva non è sinonimo di amore. La dipendenza affettiva sta tra le malattie.
Il 18.12.06 ho scoperto che dovevo cancellare la definizione d'amore e riscriverne il contenuto.
Non avrei mai immaginato che il mio dizionario poteva essere sbagliato. Fino ad allora, per me, era normale che il mio dizionario fosse normale......
A questo punto se c'era una parola sbagliata ce ne potevano essere altre....... ed è incominciata la revisione totale del dizionario.

Perché il mio cervello da 101 giorni a questa parte conclude? Semplicemente perché ora so che per una vita mi sono basato anche su informazioni più o meno errate, sbagliando.  Ora verifico tutto e gli errori stanno saltando fuori.

La maggior parte di quello che crediamo di sapere c'è stato insegnato, in particolar modo tutto quello che è "normale". Partendo da questo assunto bisogna rendersi conto che anche il miglior insegnante a volte sbaglia....... quindi siete tanto convinti che non ci sia nessun termine sbagliato nel vostro dizionario?