lunedì, 13 luglio 2009
"Grido che a nulla credo e che tutto è assurdo,
ma non posso dubitare del mio grido
e devo almeno credere alla mia protesta"


A.Camus - L'uomo in rivolta - Introduzione
By Iraz scritto alle ore 02:21 | Permalink | commenti
categoria:citazione, riflessioni, insonnia, camus, rivolta, iraz, rabbia di vivere
lunedì, 25 febbraio 2008
Ero sotto le coperte. Questa è una di quelle notti in cui il cervello non ne vuole proprio sapere di calmarsi..... a questo punto, tanto vale scrivere.
La mia nuova vita è incominciata il giorno in cui mi sono reso conto che non sapevo cosa fosse l'amore. E' passato poco più di un anno e non so ancora cosa sia l'amore..... ora, però, ho un'idea ben precisa di cosa non sia l'amore (....e tutto sommato è già un passo avanti).
Col passare del tempo mi sto rendendo sempre più conto che ci sono tante altre cose che non so. Ad esempio non so vivere in modo sano, non so assolutamente chi sono.... insomma, cose di poco conto!
Più passa il tempo e più comprendo.... eppure mi sembra che le risposte che cerco, continuino ad allontanarsi da me, sempre più irraggiungibili. A questo punto credo sia lecito mettere in dubbio le domande da cui sono partito, forse non sono determinanti..... forse non serve a niente porsi certe domande.
Cos'è l'amore?
Forse sarebbe meglio chiedersi perché gli si da così tanto peso? Che cosa ci si aspetta?
Chi sono io? 
E' possibile dare una risposta di senso compiuto, completa?
Secondo me, no. Non c'è definizione che tenga.... è una battaglia persa in partenza.... eppure si passa una vita cercando di rispondere a questa domanda. Si cerca di rispondere con le parole, con le azioni di tutti i giorni.... io sono questo, questo e quest'altro. Ok, quindi? Facendo finta che esista una risposta completa, qual'è l'utilità del dare una risposta?
Credo che ci si tormenti con questa domanda, per poter dare una risposta positiva (secondo i propri canoni) e potersi mettere l'anima in pace, pensando tra sé e sé: io sono ok.
Esiste un "modo di essere" corretto? Magari non solo uno, magari una ventina..... esistono un "tot" di modi che possono essere definiti corretti? Giusti?
E' possibile ridurre la complessità della realtà ad un certo numero di soluzioni?
Non credo. Non credo esista un unica verità. Non credo esista un modo "giusto" di essere. Ma credo che esistano un certo numero di modi sbagliati di essere..... così come esistono un certo numero di modi sbagliati di amare...... e li riconosci perché sono scenari già conosciuti, soluzioni che si ripetono all'infinito e lasciano la propria realtà invariata.
Non credo ci voglia una laurea in filosofia per rendersi conto che la realtà cambia di continuo e che non esiste un attimo uguale ad un altro. La realtà vera non può non variare.
Se lo scenario continua ad essere lo stesso, vuol dire che non si sta vivendo più in un campo reale, bensì si è all'interno di uno schema. E all'interno di questo schema ognuno recita la propria parte..... di fatto si smette di vivere realmente.

Camus nel "Il mito di Sisifo" sostiene che c'è un unica domanda a cui è veramente necessario rispondere: vale la pena di vivere o meno la propria vita?
Trovo che questa non sia la domanda corretta. Personalmente ritengo più utile, più essenziale, chiedersi:
Cosa sto facendo per imparare a godere il più possibile della mia vita?
mercoledì, 05 settembre 2007
22 Agosto
Dialogo tra Marla e Ed. Norton nel film Fight Club:

[...]
Cosa ci ricavi da tutto questo? Perchè continui tutto questo..... insomma, la cosa ti rende felice?
Si, qualche volta.
Io non capisco..... perchè una persona più debole si deve agganciare ad una più forte? Qual'è la causa?
Già.... e tu cosa ci ricavi?
[...]

Non mi sembra tanto strano che una persona più debole tenda ad agganciarsi ad una più forte, il perchè è facilmente intuibile.... ma la persona forte, perchè si fa agganciare da una persona debole? Che cosa ci guadagna?
Quelli che si adoperano per il bene degli altri, i cosiddetti "altruisti", perchè lo fanno? Bontà? Migliorare il mondo? Affetto? Amore? Qual'è il motivo?
Magari ci sarebbero da fare delle distinzioni: ci sono persone che hanno una vera e propria vocazione, persone che donano la propria vita per una certa causa. Mi piace ricordare una frase tratta da "Il giovane Holden":
"Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa".
Ci sarebbero da fare delle distinzioni, ma ciò che veramente fa la differenza è la motivazione che sta dietro il proprio essere altruista....... purtroppo non è così facile conoscerla.
Forse "il forte" ha bisogno di farsi agganciare dal "debole" per sentirsi appunto forte? Forse è che c'è la tendenza, da parte di entrambi, nel ricoprire un determinato ruolo.... indossare i panni del personaggio che attribuiscono a sè stesso.
Nel teatro, nella recitazione, si dovrebbe rivivere le emozioni provate nella vita reale. Rivivere qualcosa che si è già vissuto per essere sul palco "veri". E' abbastanza ironico che nella vita, quella da cui si dovrebbe attingere per essere "veri" sul palco, di fatto si continui a fare di tutto per indossare i panni di un personaggio.
Nella vita, di continuo, si cerca di difendere quell'immagine di sè che si ha. Nella vita si continua a recitare una parte. Nella vita si continua a recitare senza vivere realmente.
Ovviamente anch'io faccio così. Di me ho scoperto che sono particolarmente bravo nello scoprire chi ho davanti, nel strappargli la maschera, nel riconoscere le menzogne dalla verità (quando voglio....). Casualmente, o forse no, sono particolarmente non abile nel riconoscere le mie menzogne, nel levare la mia maschera.
Ci metto un attimo a smontare chi ho davanti...... sono figo! E' una cosa che mi è tornata talmente utile, da arrivare a 27 anni e rischiare di impazzire..... sono veramente figo, come no?
Si fa di tutto per non smontare quell'immagine che si ha di sè, si fa di tutto per non vedere le cose che dietro la facciata non vanno bene, è tanto facile nascondersi dietro le proprie abilità, dietro il proprio altruismo, la propria bontà, il proprio voler bene, il proprio amore. E' tanto facile donare a piene mani ciò di cui si ha in abbondanza, per poi sentirsi apposto. Tutti questi sono solo diversi modi di scappare, diverse strategie, diversi modi di essere compulsivi, diversi modi per stordirsi e continuare a non accettare la realtà.
Ho imparato a criticare me stesso rigirando verso di me, le critiche che muovevo verso gli altri. Ho imparato che appena incomincio a stare meglio, tendo a re-indossare i panni del mio personaggio......e questo l'ho imparato oggi.
Devo vincere, devo uscirne come vincente, di cosa e perchè non si sa, ma alla fine devo spuntarla io, come se fosse una gara a chi è il più bravo.
Ci rifletto e credo che la questione non è semplicemente rendersi conto che ho perso (è impossibile vincere sempre), non è solo imparare a perdere. La questione è rendersi conto che non c'è gara, non c'è pubblico, non c'è un vincitore e non c'è un vinto, è tutto il meccanismo che non ha senso, è questo modo di ragionare in giusto e sbagliato che è folle. E' il moto del mio personaggio che è folle: non devi perdere e non devi arrenderti.
P.S.= Ogni persona ha la sua immagine (o facciata) più o meno radicata, con il suo relativo moto.... ad esempio potrebbe essere: non posso mai essere triste.
E' rimanere nel proprio modo di ragionare, nel proprio personale teatrino, senza rendersi conto che è difettato, che è solo parzialmente sviluppato, che è una riduzione della realtà.
Abbiamo imparato a ragionare in un certo modo e diamo per scontato che questo modo non possa essere cambiato, non possa cambiare radicalmente. Il modo di ragionare è il confine del nostro mondo. Partendo dall'assunto che spesso le persone non riescono a raggiungere il massimo dello loro sviluppo, a causa di traumi infantili etc etc, non è logico pensare che portando a conclusione il proprio sviluppo anche i confini del proprio mondo cambierebbero?
Ripenso ad Albert Camus. Ultimamente ci penso spesso. Di Camus ho letto tutto, svariate volte. Ripenso a "La caduta", per me, la sua opera massima. Penso alla frase finale e mi sale un brivido su per la schiena (anche adesso che lo scrivo). "La caduta" è stata l'ultima opera che ha scritto e completato (è stata pubblicata prima di "L'esilio e il regno" scritto precedentemente) ed in  questo romanzo tira le somme della propria vita: il protagonista (con altro nome) è Camus stesso. Parla di sè, smonta sè stesso, veste i panni del giudice-penitente ossia giudica sè stesso, per giudicare tutti gli altri...... col finire per non condannare nessuno, sè compreso. Camus è consapevole della propria crisi, è consapevole dell'immagine di sè, sbircia sotto tutti i sassi che ci sono da sollevare, non risparmia nulla di sè, implacabile smonta sé stesso ammettendo le cose più bieche, la sua onestà viene spinta ai limiti più estremi, in tutto questo è mosso da un'unica convinzione: alla fine la verità lo renderà libero.
Camus smonta la sua immagine, smonta tutto di sé, ma non giunge alla tanto agognata libertà, nonostante questo se potesse tornare indietro ripercorrerebbe la stessa discesa agli inferi...... perchè intimamente sa che, nonostante tutto, quella era la strada giusta.
Camus (che tra le altre cose ha vinto il premio Nobel) ha raggiunto il limite a cui poteva arrivare senza modificare il suo modo di ragionare, non ha mai pensato, non è stato raggiunto dall'illuminazione: mettere in dubbio il proprio modo di ragionare, l'errore fondante, il baco era lì.
Il modo in cui ragioniamo, il modo in cui traduciamo la realtà trasformandola in impulsi utili al nostro vivere, al nostro stare bene, è qualcosa che abbiamo imparato in modo personale. Non esistono due persone che ragionino allo stesso modo. Non c'è un solo modo giusto, in compenso la propria capacità di ragionare può non essersi sviluppata completamente e quindi può essere minata.
sabato, 25 agosto 2007
16 Agosto

Gli amici, a parte quelli con cui ti trovi a crescere da quando sei bambino, vengono scelti in modo più o meno inconscio. Ci si tiene stretto le persone con cui si lega di più, quelle con cui ti trovi meglio, quelle che ti capiscono, quelle più simili a te.
Il problema dei soggetti "non sani" è che non avendo potuto svilupparsi completamente, non sono capaci di vedere la realtà per quello che è, non sono capaci di discernere in tutto, ciò che è bene da ciò che è male.
Un soggetto "non sano" non riesce a stabilire una relazione sana con la vita perché gli mancano le basi. Prima o poi si arriva a stare male, prima o poi si scivola in una o più forme di dipendenza. Il "non sano" è in conflitto con la vita, sa che c'è qualcosa che non va, ma pensa che dipenda dal resto, dal mondo.... come direbbe Albert Camus: è la condizione dell'uomo che è assurda, è la vita che è assurda. Il "non sano" sa che c'è qualcosa che non va e cerca persone simili a lui che non lo facciano sentire il solo diverso. Si cercano, si attraggono, persone che ci confermino. Abbiamo bisogno di certezze, abbiamo bisogno di non sentirci sbagliati, abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia sentire apposto.... anche (e soprattutto) se non lo siamo.
Essere dipendente da qualcuno o qualcosa per continuare a non vedere la realtà per quello che è (soprattutto quella che riguarda sé stessi). Perchè non si è capaci di accettare la realtà per quello che è. E' una fuga, per alcune persone può essere palese, per altre può essere terribilmente sottile, ma rimane sempre una fuga.
L'unico modo per smettere di scappare è risolvere il problema alla radice: riprendere a crescere ed imparare a vedere, accettare e interagire con la realtà.

Esiste una stretta correlazione tra creatività e disagio interiore. Esiste una stretta correlazione tra fantasia e disagio interiore. La fantasia può tranquillamente essere usata come mezzo di evasione dalla realtà....... meditate: tutto può diventare "oppio dei popoli", tutto può essere fatto in modo compulsivo, perfino leggere o scrivere questo blog.
E' il perchè che fa la differenza, è la consapevolezza del proprio agire che ci guida nella direzione giusta.

Ho incominciato questo blog per parlare della mia malattia, per portarla alla luce, per studiarla. Parlo di me, di una parte di me. Lo studio teorico è giunto quasi al termine, tutto quello che c'era da affrontare è stato affrontato. C'è un po' di roba che devo mettere in ordine dopo di che il blog non verrà più aggiornato.
Chi ha orecchie per intendere intenda.... fino ad ora ho già scritto abbastanza da dare duemila spunti a chi vuole seriamente porsi certe domande.
Non voglio aprire un altro blog per parlare della mia vita, per fare vedere al mondo in che posti fighi vado o cosa faccio, tanto meno sono interessato a leggere le vicende di qualcun altro (se volevo cazzeggiare interessandomi alle vicende di qualcun altro, mi sarei dato alle telenovelas). Concludo il blog ed incomincia la vita reale, non voglio spettatori, non desidero essere confermato da nessuno.
L'esperienze che vivo, quello che vedo, quello che sento, sono qualcosa di unico e personale. Non ci sono parole per definire quello che posso sentire, mai nessuno potrà trasmettere ad un altra persona ciò che ha provato, mai nessuno potrà far rivivere a qualcun altro esattamente ciò che ha provato....... non è possibile e non ha senso.
Perchè voler condividere le proprie emozioni con un'altra persona? Ognuno ha le proprie, ognuno si godi le proprie, la propria vita.
Condividere le proprie emozioni per abbattere il muro di solitudine? Comunque ogni persona è sola e tutte le persone del mondo hanno in comune questo e tanti altri aspetti...... tutti sulla stessa barca, tutti intenti a sfuggire alla solitudine, alla morte, ogni giorno dimenticando sempre un po' di più come si vive.
Condividere le proprie emozioni per avere un testimone, qualcuno che ti regga il gioco, qualcuno che ti faccia sentire che ciò che hai fatto è reale? Tu sei reale? Tu esisti?
Un albero che cade in un bosco dove non c'è nessuno, fa rumore?
giovedì, 19 aprile 2007
Per potere rendere comprensibile il successivo post devo riportare un tratto del libro Bioenergetica di A. Lowen. Buona lettura.

"[...] La coscienza, man mano che sale a livelli più elevati, non si espande ma si restringe per aumentare la messa a fuoco e la capacità di operare discrimina­zioni. D'altra parte, man mano che si approfondisce fino a com­prendere i sentimenti, le sensazioni e i processi corporei che le creano, diventa più ampia ed estensiva. Per evidenziare questa differenza ricorrerò a due termini molto generali — coscienza del­la testa e coscienza del corpo — che rappresentano rispettivamen­te il vertice e la base del triangolo.TriangoloCoscienza
Molte persone, in particolare quelle che vengono definite in­tellettuali, hanno soprattutto una coscienza di testa. Si considera­no delle persone molto consapevoli e di fatto lo sono, ma la loro coscienza è limitata e ristretta — limitata ai loro pensieri ed im­magini e ristretta perché vedono se stessi e il mondo solo in termi­ni di pensieri e di immagini. Comunicano con facilità i propri pen­sieri, ma hanno grosse difficoltà a sapere o ad esprimere quello che sentono. In generale sono inconsapevoli di quello che succede nel loro corpo e di conseguenza sono inconsapevoli del corpo di colo­ro che li circondano. Parlano di sentimenti ma non li sentono né agiscono su di essi. Sono consapevoli solo dell'idea del senti­mento. Di persone del genere si potrebbe dire che non vivono la vita, ma la percorrono col pensiero. Vivono nella loro testa.
La consapevolezza del corpo è al polo opposto. È caratteristi­ca dei bambini che vivono nel mondo del corpo e delle sue sen­sazioni e degli adulti che conservano una stretta connessione con il bambino che sono stati e che dentro di sé continuano ad essere.
La persona che possiede la consapevolezza del corpo sa cosa sente e dove lo sente nel corpo. Ma è anche in grado di dirvi quello che sentite voi e come lei lo vede nel vostro corpo. Vi sente come un corpo e come tale vi risponde; non si lascia ingannare dai "ve­stiti nuovi del re".

C'è una grossa differenza fra essere consapevoli del corpo e possedere una coscienza del corpo. Si può essere consapevoli del corpo con una coscienza di testa, il che è vero per tantissime per­sone che si impegnano nell'educazione fisica (ad esempio frequen­tando una palestra per migliorare la propria figura) o nell'atletica e nelle arti ginnastiche. Il corpo allora viene visto come strumen­to dell'io, non come l'autentico sé.
Non sto affermando che la coscienza del corpo sia superiore alla coscienza della mente, anche se non è infrequente incontrare la posizione opposta. Ho poca considerazione per una coscienza di testa dissociata, ma rispetto moltissimo una coscienza di testa che sia pienamente integrata con la coscienza del corpo. Analoga­mente ritengo che la coscienza del corpo da sola sia un livello im­maturo dello sviluppo della personalità.
Naturalmente la bioenergetica mira ad espandere la coscienza aumentando la coscienza del corpo. Ma nel farlo non può permet­tersi di ignorare (e non ignora) l'importanza della coscienza di te­sta. Nella terapia bioenergetica si può elevare il livello di coscien­za anche mediante l'uso del linguaggio e delle parole. Dobbiamo tuttavia riconoscere che la nostra cultura è prevalentemente una cultura di "testa" e che quanto a coscienza del corpo siamo gra­vemente carenti.
La coscienza del corpo occupa una posizione intermedia fra la coscienza di testa e l'inconscio, e così serve a connetterci ed orientarci con le forze misteriose presenti nella nostra natura. La figura riportatat sopra illustra in maniera semplificata questo rapporto.
Mentre la coscienza di testa non ha connessioni dirette con l'inconscio, la coscienza del corpo vi è connessa. L'inconscio è quell'aspetto del nostro funzionamento corporeo che non perce­piamo e non siamo in grado di percepire. Così, mentre possiamo diventare consapevoli, con uno sforzo di attenzione, della nostra respirazione e in alcuni stati anche del cuore, non possiamo di­ventare coscienti dell'azione dei reni, per non parlare delle sottili reazioni che si verificano a livello dei tessuti o delle cellule. L'intimo processo vitale del metabolismo esula dalla nostra ca­pacità di percezione. Tanta parte della nostra vita ha luogo in una regione buia dove la luce della mente cosciente non può risplendere. E la coscienza della mente, essendo pura luce, ha paura del buio.

A livello della coscienza di testa il mondo è una serie di di­scontinuità, di eventi e cause non collegati. È la natura essenzia­le della mente, o coscienza dell'io, che crea le dualità e spacca l'unità essenziale di tutte le funzioni naturali. Camus ha espresso egregiamente questo fatto in maniera poetica: "Finché lo spirito tace nel mondo immobile delle proprie speranze, tutto si riflet­te e prende posto nell'unità della sua nostalgia; ma al primo mo­vimento, tale mondo si fende e rovina: infiniti, lucidi lampeggia­menti si offrono alla conoscenza..." L'intrusione della mente co­sciente ha un effetto rovinoso. Il problema teorico è come rico­struire coscientemente quella unità.
Poiché ciò non può essere fatto, Camus dice che il mondo è "assurdo". Ma è necessario farlo. Questo problema, che tormen­ta tanti pensatori, non disturba l'individuo medio. Non ho mai sentito un paziente lamentarsi di questo. I problemi della gente sono concentrati sulle questioni pratiche e sui sentimenti con­flittuali. Non ho mai visto un paziente soffrire di un'ansia "esi­stenziale".
Perché presuppo­niamo che la coscienza possa fornire tutte le risposte, quando ogni evidenza dimostra che essa crea tanti problemi quanti ne risolve? Perché siamo tanto arroganti da credere di poter conoscere tutto? Non è necessario.
La risposta a questi interrogativi è che abbiamo finito per aver paura del buio, dell'inconscio e dei processi misteriosi che conservano il nostro essere. Malgrado i progressi della scienza, queste cose rimangono misteriose; per parte mia sono contento che nella vita ci sia ancora qualche mistero. Una luce senza ombre è un bagliore accecante. Se riusciamo a illuminare ogni cosa ri­schiamo di creare un "whiteout" che distruggerebbe la coscienza. Potrebbe essere come il lampo di luce nel cervello di un epiletti­co, che precede le convulsioni e il blackout. Continuando ad ac­crescere la coscienza alla sommità della piramide è facile che ol­trepassiamo il limite, diventando troppo consapevoli di noi stessi e condannandoci all'immobilità.
La bioenergetica procede diversamente. Espandendo la coscien­za verso il basso, porta l'individuo più vicino all'inconscio. No­stro obiettivo non è di rendere cosciente l'inconscio, ma di ren­derlo più familiare e meno spaventoso. Quando scendiamo fino a quella zona di confine in cui la coscienza del corpo tocca l'in­conscio ci rendiamo conto che l'inconscio è la nostra forza, men­tre la coscienza è la nostra gloria. Percepiamo l'unità della vita e capiamo che il significato della vita è la vita stessa.
[...]"

Alexander Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli, cap 10