mercoledì, 28 novembre 2007
Durante la fase dell'allattamento nel corpo del bambino vengono prodotte certe sostanze dall'effetto simile agli oppiacei. Le stesse sostanze (ossitocina) vengono prodotte quando si è innamorati (vedi "Pazzi d'amore" di Frank Tallis).
Durante la fase dell'allattamento il concetto di sé del bambino, l'identità, comprende anche la madre. Per il bambino la madre è una parte di sé, una parte fondamentale, senza la quale non c'è vita (vedi "Gioco e realtà" di D.Winnicott).
Grosso modo il mio sentirmi innamorato ricalca il concetto di sé di un poppante.... ma non credo di essere l'unico.....
Il bambino col passare del tempo dovrebbe crescere e con lui anche il proprio concetto di sé. Parallelamente al concetto di sé dovrebbe cambiare anche il modo di amare. Ma se il bambino non cresce abbastanza, non riesce a sviluppare la propria identità, cosa succede?

Qual'è la vostra fonte d'identità?
La mia è (anzi, spero, era) il campo affettivo.
C'è poco da aggiungere..... ci sono stati periodi della mia vita in cui, anche se andavo alla grande in molte cose, comunque sanguinavo.... mi mancava qualcosa. Ti metti assieme ad una persona e ti fai bastare qualsiasi cosa, anche il nulla, anche il dolore.
Gli oppiacei oltre a farti sentire euforico, hanno anche un grande effetto contro il dolore......
A luglio ad un certo punto mi sono chiesto: "ma come cazzo ho fatto a stare con una testa di cazzo come la mia ex per quattro anni?" Non è poco tempo.
Quattro anni in cui per me stesso ho combinato veramente poco.....
...... in fin dei conti ero una testa di cazzo pure io.
Nessuno è cieco come chi non vuole vedere ed il modo più semplice per sentirsi a posto è trovare un altro cieco, un'altra persona che come te è impegnata a scappare via.

Se il bambino non cresce abbastanza, se non riesce a sviluppare la propria identità, il suo concetto di identità e di amore rimarrà strettamente ancorato a quell'unico modello imparato: quello di quando era poppante.
Erich Fromm nel suo "L'arte di amare" (saggio sull'amore in tutte le sue forme comprese quelle malsane), per mia grande sorpresa, tira in ballo la solitudine. Non mi sarei mai aspettato che l'amore fosse strettamente legato alla solitudine.
Cos'è la solitudine?
Ognuno ha una propria idea di cosa significhi, ognuno nel proprio dizionario ha la sua definizione, la sua accezione. Non voglio imporre una definizione, non voglio dettare legge.
Il punto è che (secondo Fromm) la solitudine è una tappa obbligatoria, prima o poi bisogna averci a che fare..... l'unico modo per amare in modo sano è riuscire ad avere un rapporto sano con la solitudine.

P.S.= Avere un rapporto sano con la solitudine non vuol dire essere capaci di stare da soli per un tempo più o meno lungo.
domenica, 25 novembre 2007
Quando mi è successo di dire che io sapevo cosa volesse dire amare, lo sapevo perchè lo sentivo. Fisicamente sentivo dentro di me, sul mio corpo certe sensazioni, quella combinazione di certe sensazioni, di certe emozioni, quella percezione dell'altro come un non-altro, quel sentire il proprio sé sfumare..... mischiandosi col sé dell'altro fino al punto di stabilire un continuum.

Tempo fa ho avuto una accesa discussione con un mio amico. Lui sosteneva di amare la persona con cui stava assieme. Lui aveva tradito la persona con cui stava assieme un ragguardevole numero di volte.
Lui sosteneva di amare la propria partner.....inoltre sosteneva di aver amato le persone con cui era stato (mentre stava con la propria partner), non erano state storie semplicemente di sesso (o almeno non tutte). Il mio parere era nettamente discordante: il mio amico non sapeva minimamente cosa volesse dire amare.
Quando glie lo dissi, mi rispose che sapeva cosa voleva dire amare, lo sapeva perché lo sentiva.
Non  misi in dubbio la sua sincerità, anche perché so riconoscere quando mente, ma comunque rimaneva il fatto che sapevo che quello non era amore...... e nelle sue parole riconoscevo le mie....... quell'affermare, con assoluta convinzione guardandomi negli occhi, che lo sentiva...... lo sentiva.

Il corpo umano è fornito di tutta una serie di ghiandole che producono determinate sostanze, il cervello regola la produzione di queste sostanze (vedi cap 9 in "Pazzi d'amore" di Frank Tallis - Casa ed. il saggiatore). Il "come" ci sentiamo è esattamente una conseguenza delle sostanze prodotte dal proprio corpo. Certe sostanze fanno stare bene, altre sostanze fanno stare male, altre ancora aumentano la concentrazione impedendo la percezione della fatica, etc, etc...... la lista è molto lunga e complessa, la cosa importante è fissarsi in testa che quello che fisicamente si prova è una conseguenza delle sostanze che fisicamente sono in circolo dentro di noi.
Le sostanze prodotte dalle ghiandole non si producono da sole, ne tanto meno vengono prodotte a caso, è il cervello che manda il comando..... e per cervello intendo anche la parte inconscia.
Avere in circolo certe sostanze, sentirsi in un certo modo, avviene come conseguenza inconscia a stimoli esterni, con lo scopo di indurre la parte conscia ad una reazione.
Esempio:
Ricevi una bolletta stratosferica [stimolo esterno], ti sale l'ansia [reazione inconscia] (non sei tu che decidi di farti venire l'ansia, avviene in automatico, se non ti fosse arrivata quella bolletta probabilmente non ti sarebbe venuta) di conseguenza (dato che a nessuno piace provare ansia) scattano tutta una serie di processi consci volti a placare l'ansia [reazione conscia]: pensi a dove trovare i soldi, ti riprometti di stare più attento ai tuoi consumi,  etc, etc.
Esempio 2:
Sei ad un falò, inavvertitamente ti siedi in un punto dove c'è un pezzo di brace schizzato fuori dal braciere. Il contatto col corpo incandescente [stimolo esterno] ti provoca un dolore allucinante [reazione inconscia] (non sei tu che decidi di provare dolore, avviene e basta) e scatti in piedi all'istante [reazione conscia].
In questo caso la reazione conscia è talmente rapida ed automatica da risultare quasi inconscia...... questo perché il dolore da bruciatura è un dolore che normalmente viene provato svariate volte durante l'infanzia, è una situazione già conosciuta, magari non ad un falò, magari con un fiammifero, una pentola calda, un forno, una sigaretta.
La capacità di reagire adeguatamente ad uno stimolo esterno, dipende da quante esperienze cognitive costruttive sono state fatte in situazioni analoghe.
Sei bambino, un altro bambino ti tira uno schiaffo. La prima volta incassi, la seconda volta che ci prova, sapendo cosa ti aspetta, reagisci. Chissà, magari la seconda volta scappi,  la terza ti ripari e la quarta pari il colpo e gli molli un pugno. Può darsi che scapperai tutte le volte, o può darsi che esperienza facendo la tua reazione diventerà più energica. Di fatto dalla prima volta alla seconda hai comunque imparato a reagire a quel tipo di stimolo.
Il fatto che tu riesca ad imparare, avere quindi un'esperienza cognitiva costruttiva, dipende dall'entità dello stimolo.
Sei bambino, un adulto ti picchia. Cosa può fare un bambino contro un adulto? Nulla. Infatti tu, bambino, non avrai un'esperienza cognitiva costruttiva, bensì avrai un'esperienza distruttiva..... qualcosa lo imparerai dall'esperienza, in qualche modo reagirai, ma distruggendo qualcosa dentro di te..... magari parte della tua sensibilità per non sentire il dolore.
Per avere un'esperienza cognitiva costruttiva, lo stimolo deve essere alla portata di chi lo riceve. Un bambino è psicologicamente meno forte rispetto ad un adulto, quindi è più facile che subisca stimoli troppo forti, di conseguenza è più probabile che subisca danni maggiori. Comunque anche un adulto può trovarsi a dover fronteggiare una situazione, uno stimolo al di là delle proprie capacità...... se un giorno un tuo domestico, mentre tu non sei a casa, da fuoco alla casa con dentro tutta la tua famiglia...... e tutta la tua famiglia muore..... per quanto tu possa essere una persona dalle grandi capacità, suppongo sia impossibile non rimanere traumatizzati.

Ricapitolando:
1) Per reagire bene a certi stimoli che si verificano in certe situazioni, è necessario essere in grado di poter fronteggiare stimoli di quel tipo e di quell'intensità.
2) Per essere in grado di fronteggiare certi stimoli è necessario avere un certo bagaglio di esperienze cognitive costruttive.
3) Le esperienze cognitive costruttive si verificano quando hai a che fare con stimoli alla tua portata ed hai quindi modo di poter imparare da essi.

Se qualcosa va storto nel terzo punto il "reagire bene" del primo punto non si verifica.

Bene, è arrivato il momento di chiamare le cose con il loro nome:
ogni qualvolta in questo post ho parlato di reazione inconscia, ogni qualvolta ho parlato nell'intero blog di stimoli (non stimoli esterni), stavo parlando delle emozioni (lo scoperto solo a fine agosto);
molti mesi fa scrissi sui traumi infantili....... i traumi infantili sono esperienze cognitive distruttive.

-Fine prima parte-

venerdì, 23 novembre 2007
Uno sviluppo non completo ci fa rimanere nello stato di dipendenza di quando eravamo bambini.
Ci sono persone più o meno complete, più o meno sviluppate..... ma se lo sviluppo di una persona sta sotto una certa soglia, si continua a rimanere nello stato di dipendenza con tutto ciò che ne consegue.
Superare lo stato di dipendenza vuol dire essere in grado di prendersi cura di sé, il che presuppone che uno sappia cosa gli fa male e cosa no. Per sapere cosa ti fa male devi, innanzi tutto, essere capace di accettare e ascoltare il dolore..... e già credo che questa cosa non sia particolarmente semplice per alcune persone.
Il punto è che se uno continua a versare in uno stato di dipendenza è perché non ha gli strumenti, non ha (in quel momento) le capacità, per non esserlo..... questo non vuol dire che si è condannati a vita, ma semplicemente ci sono delle altre cose da imparare. Cosa c'è da imparare?
C'è da imparare tutto quello che non si è imparato, affrontare tutto quello che non si è affrontato, tutto quello da cui sistematicamente si scappa perché intimamente convinti di non essere capaci di affrontarlo.
Con un po' di onestà e tante palle, sappiamo tutti quali sono le cose di noi che non vanno..... cosa ci sarebbe da affrontare. Magari non abbiamo il quadro completo, ma un'idea della zona da cui incominciare ce l'abbiamo. Il fatto è che fin quando non si arriva ad affogare nella merda, difficilmente ci si smuove.
E' facile nascondersi dietro quello in cui siamo capaci. Fare vedere di essere bravi in questo o in quello..... mettere in mostra le proprie capacità per cercare di convincere gli altri...... con l'intimo scopo di cercare di convincere sé stessi.....
Non tutte le persone si comportano così, ma queste strategie sono comuni a tutte le persone di un certo tipo, in fin dei conti siamo tutti fatti al 70% d'acqua..... di certo questa non è l'unica caratteristica comune a tutto il genere umano....
Ci sono tutte una serie di caratteristiche comuni che saltano fuori costantemente tra i cosiddetti soggetti non sani, la somma, il risultato finale è la mancanza di un equilibrio. Questo è uno degli argomenti che mi colpì quando lessi "L'arte di ascoltare" di Erich Fromm, non era la prima volta che mi sorbivo questo dogma: condurre una vita equilibrata..... cosa vuol dire avere un equilibrio? Condurre una vita equilibrata? Equilibrio di cosa?
Per Fromm l'aspetto fondamentale, l'ingrediente necessario per completare il proprio sviluppo era condurre una vita equilibrata.
Il problema è che chi non aveva completato il proprio sviluppo non sapeva cosa fosse una vita equilibrata.
Il problema è che c'erano persone che nonostante i notevoli passi nell'analisi, comunque continuavano a non avere una vita equilibrata. Un conto è comprendere tante cose nuove (anche molto importanti), un conto è assimilarle e tradurle in nuove azioni. Sapere qual'è la via di uscita non è detto che ti aiuti ad imboccarla......
Su questa storia dell'equilibrio c'ho riflettuto per tutta l'estate. Mentre percorrevo "il mio torrente" da solo, mi chiedevo se quella gita era un esempio di vita equilibrata.... è ovvio che la prima risposta fosse no. Ma sulla base di cosa potevo esprimere tale giudizio? Conosco persone sane ed equilibrate che fanno cose rischiose, eppure di fatto sono persone equilibrate.... sulla base di quale parametro valuto "l'equilibrio"? Sui piatti della bilancia cosa ci va?
Il caro Erich Fromm m'aveva lasciato da solo con questa pulce nell'orecchio......
La fortuna vuole che l'altro argomento su cui avevo concentrato le mie letture estive, alcuni giorni dopo e per caso, mi avrebbe svelato cosa andava sui piatti della bilancia.
martedì, 20 novembre 2007
Sono passati tanti mesi, ho letto tanti libri, ho vissuto sulla mia pelle tanti cambiamenti, tante esperienze, tanta gioia e anche tanto dolore. Le parole che scrivo nascono dalla mia vita, non sono riflessioni di altri semplicemente riportate, sono qualcosa che ho vissuto e che vivo, sono qualcosa che ho in circolo nel sangue, una parte di me. Qui non si cazzeggia e non si fa finta di essere qualcun altro.
Ho iniziato a scrivere questo blog per parlare della dipendenza affettiva, studiarla, capire di cosa si trattasse. Conoscere a fondo il nemico per sconfiggerlo. In teoria dovrei saperne abbastanza, in teoria è già da un po' di mesi che ne dovrei sapere abbastanza..... in teoria.
Ho pensato di averla sconfitta, poi ho avuto una ricaduta, a luglio. Ricaduta del cazzo. Quanto m'ha fatto stare male (e quanto mi fa ancora stare male).... cose che capitano: o l'accetto, o torno a vivere come vivevo prima (torno sul fondo), o mi ammazzo. Mi sembra che la prima scelta sia la migliore....
Dopo la ricaduta è cambiato ancora tutto.... e inaspettatamente sono incominciate a piovere un malloppo di risposte: il problema della dipendenza affettiva è un tantino più complesso di quanto si cerca di far credere.
Innanzi tutto la dipendenza affettiva è parte della codipendenza.
La codipendenza si verifica tra te ed un'altra persona, dove l'altro può essere chiunque: il tuo capo, i tuoi clienti, il tuo partner, un pinco pallino qualsiasi incontrato per strada. Non dipende dall'altro è qualcosa che tu ti porti dentro sempre, con qualsiasi persona, in qualsiasi rapporto. Non è detto che si manifesti con chiunque e in tutti i contesti, allo stesso modo vale il contrario..... cambia da persona a persona.
La codipendenza non è semplicemente una forma di dipendenza, è La Forma di dipendenza per antonomasia. Se soffri di una qualsiasi forma di dipendenza (sesso, alcool, droga, gioco d'azzardo, etc etc ) soffri anche di codipendenza. E' la dipendenza-radice, tutte le altre sono solo diverse forme di questa, che si sommano a questa.
Da dove nasce la codipendenza e perchè?
La dipendenza è uno stato in cui si versa quando il processo di crescita non è stato concluso completamente (per approfondimenti vedi: E.Fromm "L'arte di ascoltare" e "L'arte di amare"; D.Winnicott "Gioco e realtà").
Il bambino, come è giusto che sia, dipende dalla madre. All'inizio tra la creatura e la madre c'è un rapporto simbiotico, una fusione totale: madre e bambino sono un unica cosa. Per il bambino la madre è un estensione di sè, senza di lei lui non esiste (without you i'm nothing).
Poco alla volta il bambino viene alimentato (fisicamente, emozionalmente, affettivamente, psicologicamente) e cresce allontanandosi poco alla volta dalla madre e dal padre, fino al giorno in cui ha appreso abbastanza e può reggersi sulle proprie gambe. E' quello il primo giorno in cui  smette totalmente di identificarsi con i suoi genitori ed inizia a costruire la propria identità basandosi solo su sé stesso. Basandosi solo su sé stesso.
Chi non arriva a questo punto continua a rimanere in uno stato di dipendenza..... e quindi (correggendomi): non si soffre di dipendenza (non è una malattia), si è dipendenti perchè è un modo di essere.
Ci vuole poco perché qualcosa vada storto, potresti avere dei genitori a loro volta codipendenti (ossia incapaci di avere relazioni sane: troppo freddi o l'opposto), potrebbero esserci degli avvenimenti traumatici, spesso entrambe le cose.
Ci vuole poco perché qualcosa vada storto..... e infatti sempre più persone soffrono di depressione e nevrosi.
Il non portar a termine il proprio processo di crescita innesca tutta una serie di problemi, ad esempio:
- Si tende a cercare qualcosa o qualcuno che colmi lo spazio vuoto, che ci dia un senso, che definisca la nostra identità.
- A questo qualcosa o qualcuno gli diamo il nome di amore...... quando in realtà è pura vigliaccheria (la nostra), semplicemente si è incapaci nel prendere le redini della propria vita e ci si aggrappa a qualcun altro.
- Si vivono rapporti di "presunto amore" dove c'è una fusione totale con l'altro, dove i confini del proprio sé sfumano mescolandosi con quelli dell'altro..... come avveniva con la propria madre durante la fase dell'allattamento (vedi Winnicott)....
- Oppure si vivono rapporti dove non c'è trasporto, elemosinando emozioni.
- Si è incapaci di valutare la realtà (compresa quella che riguarda sé stessi) in modo corretto, finendo col prendere decisioni sbagliate.

L'ultimo problema citato è il nodo della questione, questo problema genera tutti gli altri problemi spalancando le porte dell'inferno. Dipendenze varie, nevrosi, depressione sono semplicemente una conseguenza dell'incapacità di valutare la realtà.
Per fare un esempio:
  Non essere capaci di valutare la realtà in modo corretto è come credere di conoscere le regole di un gioco quando in realtà non è così. Puoi anche provare a giocare, ma inevitabilmente perderai ogni partita.
Il gioco è la vita. Dopo una serie di partite perse, ben presto si incomincerà ad odiare il gioco. Arrivati a questo punto c'è chi ammette la propria insofferenza e decide di re-imparare le regole del gioco e c'è chi mentendo, a sé stesso, continua a far finta di niente sfoggiando un sorriso a 36 denti.
Incominciare a giocare come si deve, è strettamente legato a quanto si è capaci di essere onesti e piantarla con le bugie. Prima ci si toglie la maschera e prima si riprende a prendere gusto nel "giocare".
martedì, 20 novembre 2007
... di incominciare a pubblicare la conclusione del blog.
Non ho ancora concluso la scrittura della fine, può darsi che aggiungerò qualcosa in più, ma in tanto incomincio a pubblicare parte di quello che ho già scritto.

Buona lettura.
By Iraz scritto alle ore 17:45 | Permalink | commenti
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