martedì, 26 giugno 2007

Hurt - 2002 - IV the Man comes Around - Johnny Cash


Hurt Ferito
I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that's real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

I wear this crown of thorns
Upon my liar's chair
Full of broken thoughts
I cannot repair
Beneath the stains of time
The feelings disappear
You are someone else
I am still right here

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end
And you could have it all
My empire of dirt
I will let you down
I will make you hurt

If I could start again
A million miles away
I would keep myself
I would find a way
Oggi mi sono ferito da solo,
Per vedere se ero ancora in grado di sentire,
Mi sono concentrato sul dolore,
la sola cosa reale,
l'ago fa un buco
la vecchia familiare fitta di dolore
Cerco di rimuovere tutto
Ma ricordo ogni cosa

Cosa sono diventato
mio dolce amico
tutti quelli conosco
sono andati via alla fine
e potresti avere tutto
il mio impero di sporcizia
Ti abbandonerò
Ti farò star male

Ho portato questa corona di spine
sulla sedia di coloro che mi mentono
pieno di pensieri interrotti
(che) non posso riparare
sotto le macchie del tempo
i sentimenti scompaiono
tu sei qualcun altro
Sono ancora qui

Cosa sono diventato?
mio caro amico
tutti quelli che conosco
sono andati via alla fine
e potresti averlo tutto
il mio impero di sporcizia
Ti porterò in basso
Ti farò male

Se potessi ricominciare ancora
a un milione di miglia da qui,
mi controllerei,
troverei un modo.

Bye
By Iraz scritto alle ore 09:14 | Permalink | commenti
categoria:musica, vita, dolore, video, stati danimo, johnny cash, rivolta, iraz, rabbia di vivere
domenica, 17 giugno 2007
....è un film, con Giancarlo Giannini, che ho visto ieri e mi è molto piaciuto...... il film è tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Berto.
Cercando in rete ho trovato degli articoli molto interessanti, ne riporto alcuni passi:

"[...] La storia, autobiografica, è semplice: un intellettuale di provincia che lavora a Roma, gravitando per sbarcare il lunario intorno al mondo del cinema degli anni della “dolce vita”, e tutto proteso alla ricerca del successo letterario, è confrontato ad una figura paterna opprimente e assolutistica, che ne provoca, alla morte, infiniti sensi di colpa, facendolo piombare nella depressione. In oltre quattrocento pagine fitte fitte, con uno stile personalissimo (praticamente senza punteggiatura, in un libero fluire della memoria e della coscienza, con un tono quasi sempre amaro e disincantato, pur tra misurati momenti di umorismo), Berto ci racconta allora la sua lotta contro il male, il matrimonio con la seducente “moglie ragazzetta”, la nascita della figlia, la battaglia per scrivere un romanzo vero capolavoro, cosciente dei propri meriti, di fronte ai convenzionalismi della cultura dominante all’epoca, nell’interpretare il malessere, le pulsioni della società italiana di quegli anni. E, ancora, il suo avvicinarsi alla psicoanalisi, sempre con diffidenza; eppure, sarà proprio questa la medicina che consentirà al protagonista del libro di avviarsi sulla strada della guarigione, insegnandoli a vivere le proprie fobie ed angosce senza farsi travolgere, anche quando scopre che la moglie lo tradisce, così che non gli resta che abbandonare, con dignità dolente, il tetto coniugale, nell’eremo aspro della costa calabrese che guarda alla Sicilia. Conciliandosi finalmente con le sue nevrosi, guardandole a testa alta, dritto negli occhi, senza paura.

Ritratto di uno che parte sconfitto, Il male oscuro è la storia di una vittoria.

Se fossi un editore, metterei sulla copertina di questo libro l’immagine della statua dell’"uomo che cammina” di Rodin, un essere smozzicato, senza braccia, ferito, piagato, ma che nonostante tutto cammina, perché questo è ciò che di meglio gli resta da fare anche di fronte alle più gravi disgrazie.

Come scrisse egli stesso nell’anno della pubblicazione del romanzo, nessuno si era spinto così a fondo, senza preconcetti ne’ divieti, nell’analisi di un uomo: “se la malattia del protagonista era annidata nell’odio per il padre, nelle funzioni sessuali, nell’ansia di trovare Dio, nei meccanismi intestinali, negli abissi della masturbazione, nell’avvilimento di fronte ai radicali, nell’esaltazione del primo bacio, nel terrore dell’omosessualità, nell’ossessione del cancro, nella smodata ambizione, nei torbidi stimoli segreti, ebbene, lì bisognava che io l’andassi a cercare col coraggio di arrivare il più possibile in fondo, non dimenticandomi cosa mi diceva il mio analista: qualsiasi cosa ne sarebbe venuta fuori, sarebbe stata comunque qualcosa attinente all’uomo. Ecco, proprio questo è ciò che può dare una giustificazione al mio libro e in particolar modo alle sue parti più crude e diciamo pure sgradevoli: la validità verso tutti, l’esplorazione verso una parte di noi stessi che forse non abbiamo il coraggio di guardare, ma c’è, esiste in noi, e nasconderla non serve che a renderci sempre più malati e infelici”.

di Diego Brasioli
(Console Generale d’Italia a Los Angeles)
[...]"

Mi ha molto colpito e per chi mi segue dall'inizio, non dovrebbe essere difficile capire il perché. Credo che leggerò il libro.
mercoledì, 13 giugno 2007
Fuori piove ma le goccie cadono anche dentro casa....

Una persona che abusa di alcolici viene definito come alcolizzato. Un alcolizzato assume molto più alcool di una persona normale e l'alcool ha per lui un'importanza maggiore rispetto ad altre sostanze. Il problema della dipendenza sta nel rapporto che hai con la sostanza, non dipende dalla sostanza (ovviamente sono escluse le sostanze che creano dipendenza).... la maggior parte delle persone bevono vino eppure non sono alcolizzati.
Nella dipendenza affettiva è lo stesso, non dipende dalla sostanza, dalla persona con cui stai, dipende dal rapporto che ci instauri, dal come rapporti la persona al tuo equilibrio. E' ovvio che tra due dipendenti affettivi è più facile scivolare. Le persone si attraggono per molti motivi, tra cui anche perchè affette da dipendenze complementari, ma tu non sei la tua malattia...... non è parte di te, sicuramente è qualcosa di radicato, qualcosa che influenza in modo pesante la tua vita, ma non è una parte di te.
C'è chi si accorge, dopo trenta anni di matrimonio, che s'è sposata un uomo che non la comprendeva appunto perché non voleva comprendere certe cose di se. Arrivata ad una certa età, comprende da sola queste cose di sé, accorgendosi che suo marito non le dà quello di cui ogni persona ha veramente bisogno: la comprensione.
Alcune volte sembra che la vita si diverta a prendersi gioco di noi, alcune volte sembra che la vita ci abbandoni, ma siamo noi che abbandoniamo lei, siamo noi che scappiamo, che ci nascondiamo, che non abbiamo l'onestà per guardarci dentro.

Mi ritrovo ad avere a che fare con l'astinenza. Ne riconosco i morsi alla pancia, il dolore e la tristezza immensa che la accompagnano, quell'impulso di fare qualcosa..... qualsiasi cosa pur di placare. A dicembre ero sotto psicofarmaci, ora non lo sono più e vorrei cercare di non farne uso, ora me la sto beccando tutta. L'impulso, la compulsione, mi spingerebbe a fare qualsiasi cosa: tra le tante cose potrei tirare su il telefono e chiamare, ma perché? Ho perso innanzi tutto il rapporto con me stesso, poi con il resto del mondo. E' inutile cercare di trattenere qualcosa che non c'è più, ora ho bisogno di recuperare me stesso, ho bisogno di tempo, ho bisogno di riprendere tutto quello che in due mesi ho trascurato: la famiglia, gli amici, il gruppo, il teatro e sopratutto me stesso.
Mi ritrovo ad avere a che fare con l'ansia.... il saggio Carlo che fu, qualche mese fa..... insegnava che l'ansia deriva dal non accettare certi sentimenti, dal cercare di bloccarli. Ogni tanto penso che è impossibile che non provi più per quella persona quello che provavo prima: è assurdo..... e a questo punto mi sale l'ansia. E' difficile, prima di tutto, riuscire ad accettare a sè stessi che i propri sentimenti siano cambiati. Nel momento in cui accetto la cosa l'ansia, la fitta alla pancia, svanisce.
Penso che la cosa più difficile sia accettare la realtà, sé stessi e i propri sentimenti. Il 18 dicembre scoprii la dipendenza affettiva e cambiarono tante cose, tra cui svanì l'ansia. La scoperta mi permise di accettare che era finita e che non era amore, finalmente un po' di chiarezza.
In questo caso la situazione è diversa: è stato amore vero, ma poi siamo stati risucchiati dalla dipendenza affettiva finendo con l'usarci.
Ora l'amore non c'è più e non ci sono neanche io.
Questa volta sto andando ad intermittenza, nella giornata si alternano tanti stati caratterizzati dalla tranquillità, la disperazione, la rabbia, il dolore..... non ci sto capendo niente, ma lentamente sto tornando a me stesso. Ora le persone con cui parlo le ascolto, gli stimoli stanno incominciando ad entrare, io mi sto aprendo. Ora mi serve solo un po' di tempo per riconciliarmi con me stesso.

L'altro giorno mio padre ha detto:
"Nella vita servono tre cose: pazienza, pazienza, pazienza"
martedì, 12 giugno 2007
E' iniziata, è esplosa, una seconda fase.
Da adesso in poi si cambia registro.
Il blog l'ho incominciato che avevo già iniziato a superare la crisi e aveva un certo taglio, c'era sempre un certo distacco nelle mie parole, una certa lucidità.
Ora dato che sono ricaduto nella dipendenza affettiva e mi sento male (nel senso che oltre a stare male fisicamente-mentalmente, sento anche male me stesso) ho deciso che è inutile cercare di mantenere quello "stile", non voglio fingere. Ho bisogno di esprimermi: ho bisogno di parlarne ed ho bisogno di scriverne. Da adesso in poi scriverò quello che mi viene in mente, quanto meno una parte, senza troppi giri di parole, senza voler costruire un teorema. Ho bisogno di cacciare fuori qualcosa, ci sto affogando nei miei pensieri.
Sono molto fragile ed emotivo, un po' mi veniva da vergognarmi di come sto ora..... poi c'ho pensato e mi sono detto: vaffanculo io sono anche così.

Sono ricaduto nella dipendenza affettiva e questo oltre a farmi male perché sto scollegato dalla mia anima, mi fa male nell'orgoglio. Ero fiero di essere riuscito a sconfiggerla, ora mi sento un tantino fallito.
Per il momento sto ancora troppo male per riuscire a ritrovare quella fierezza in me. Per fortuna (o forse no) il cervello ha ripreso a girare a pieno regime...... il 70% del tempo sviluppa pensieri sconclusionati o che mi fanno male, ma c'è un 30% in cui esce fuori qualcosa di interessante. Ognuno ha i propri strumenti, non puoi chiedere ad un nano di diventare un campione nei cento metri...... di mio faccio fatica a sentire le emozioni, a sentire me stesso, ma sono bravo a ragionare quindi cercherò di ridare l'accensione a questo motore ingolfato partendo proprio dal ragionare. Ritengo che sarebbe stato utile dare l'avvio sentendo, ma purtroppo non mi riesce.
In questi ultimi due mesi s'è sviluppata la dipendenza affettiva, ogni tanto avevo incominciato ad accorgermene, l'avevo combattuta e pensavo di averla sconfitta; in realtà non sono andato abbastanza a fondo..... sotto il terreno, le radici continuavano a crescere.
La mente può manipolare il tuo sentire, percepire, prendere contatto con la realtà, entro certi limiti. Per quanto tu possa essere bravo a ri-strutturare la tua mente, se porti avanti uno stile di vita negativo la disfatta è inevitabile..... sono le azioni, i fatti che ti forniscono gli stimoli.
Ora a stimoli sto a zero o quasi, quindi potrei anche stare a riflettere dalla mattina alla sera, ma non cambierebbe nulla. Se non pensi a sfamarti muori, lo stesso vale per gli stimoli, diciamo  che ora mi serve una dieta equilibrata.
Il mio problema non sta nel ragionare, non sta nel distinguere le cose. Il mio problema sta nel sentire me stesso. Ci vuole onestà, tanta onestà e tanto coraggio per ammettere a te stesso come stai, come ti senti e perché ti comporti in un certo modo.
Questa volta sono molto più consapevole del perché e del come sono arrivato a questo punto, qualche differenza rispetto a dicembre c'è, comunque l'esperienza insegna. So di non esserci e so di non riuscire a sentirmi. Quanto meno ho incominciato ad aprirmi, a tirare fuori le emozioni, a parlarne. Oggi ho incominciato a piangere che ero in tangenziale da solo mentre guidavo il camioncino di lavoro, sono riuscito a lavorare per mezza giornata, poi non ce l'ho fatta più (era la prima volta in assoluto che lavoravo da solo e non è una cosa semplice già se stai bene), al ritorno in camioncino c'era con me una delle mie più vecchie amiche: la Manu, ad un certo punto piangevamo entrambi...... quello è stato un bel momento, è stato vero.
Per una vita ho dovuto reprimere il mio essere fragile, per una vita ho dovuto recitare la parte di quello che ce la faceva da solo sempre..... il fatto che svariate volte ce l'abbia fatta da solo non vuol dire che non sia fragile. Non mi voglio reprimere e non mi voglio vergognare di come sono.

Questi primi passi li muoverò sulla base di intuizioni e riflessioni della mente e non perché sento forte chiaro cosa mi fa bene e cosa no (non sento un granché). Spero che col tempo arrivino gli stimoli, l'energia e il riuscire a sentire. Sto cercando di centrarmi e sto cercando di non usare più l'altro per allievare le mie sofferenze.

Ci sono tanti modi per fare le cose, non c'è un modo giusto e non c'è un modo sbagliato, il punto è sentire cosa fai ed essere consapevole del perché.
domenica, 10 giugno 2007
"L'evasione è causa di irrequietezza.
Una mente che teme di scoprire deve stare sempre sulla difensiva e l'irrequietezza è la sua difesa."

Jiddu Krishnamurti
By Iraz scritto alle ore 22:51 | Permalink | commenti
categoria:citazione, riflessioni, vita, iraz